Solidarietà sociale ed adozioni a distanza in Africa

L’Africa di Maria Stella Dallai, volontaria all’ospedale “Saint Josph” in Togo

 

TOGO – Anche quest’anno la borghigiana Maria Stella Dallai ha svolto servizio come infermiera nell’ospedale pediatrico “Saint Josph” a Bogou, in Togo, collegato ad “Assomis” che ne finanzia alcuni progetti. Ed anche quest’anno, una volta rientrata, racconta la propria esperienza.

 

Certo la lunga traversata del Togo, 600 Km dall’aeroporto di Lomè all’ospedale Pediatrico nel nord, non è per niente uno scherzo e non ci risparmia qualche cardiopalmo. La jeep guidata dall’autista Gastone quasi sfiora i numerosi camion con enormi carichi, impacchettati con teloni e corde, in sorpassi azzardati , con l’aggravante di scansare le buche.

Ma arrivare a Bogou è come tornare a casa: all’ospedale ci è ormai familiare il consueto andirivieni di bambini, la maggior parte dei quali riceve cure per la malaria e per l’anemia che ne consegue. Purtroppo , di tanto in tanto, arriva qualche caso straziante. Forse da noi si sarebbe potuta salvare, con immediata attivazione di sala operatoria d’urgenza e rianimazione neonatale, la piccola prematura che abbiamo dovuto cercare in un fagotto di cenci. La mamma, arrivata a cavalcioni di una moto taxi(ha appena partorito proprio lei? mi sono chiesta) ce l’ha portata in braccio,il volto impietrito per la gravità della situazione e un altro figlio di poco più di un anno dietro la schiena. Ma siamo a Bogou, ed è già tanto avere una cullina termica e la mascherina per l’ossigeno.
Invece sta bene , mangia e va a scuola il bambino con quella “cosa” sul volto , che si sposta quando dorme: il suo è un problema estetico non indifferente e ci fa tenerezza con il suo naso e labbro sinistro che scende quasi ad abbozzare una proboscide. Chiediamo al medico militare se in Togo è possibile fare un intervento estetico di questa portata. Forse sì, ma i costi? La famiglia non è certo in grado di sostenerli…
Nonostante si ricevano notizie di una vicina Dapaong, al confine con il Burkina, presidiata dai militari, non rinunciamo alle nostre passeggiate percorrendo i viottoli tra una capanna e l’altra, nella consueta armonia di bambini e animaletti.
Così, portando una tutina in dono, ci hanno fatto entrare nella capanna della ragazza che aveva appena partorito: madre e figlia( a cui hanno dato il mio nome) erano sdraiate sulla terra battuta, al buio , sotto la zanzariera e nel caldo soffocante.
Appena due giorni prima Leonardo( medico di Pronto Soccorso e non ginecologo) aveva messo in funzione l’ecografo portato dall’Italia, in previsione dell’apertura della maternità accanto alla pediatria. Pur non avendo mai fatto un’ecografia ad una donna incinta, aveva vista la testina della piccola pronta per uscire e il suo cuoricino pulsante.
Mi è rimasta invece in borsa la confezione di carne Simmenthal, non essendo riusciti a trovare la capanna del bambino, senza genitori e che avevamo medicato in ospedale per le piaghe sulle gambe (cosa abbastanza frequente tra i bambini questa dei “bottoni”, bollicine purulente che si aprono in piaghe). “Che cosa mangia il bambino?”, aveva chiesto suor Nazarena, “Pate e arachidi” gli aveva risposto il nonno, “Ecco vedete? mangia solo polenta e arachidi, gli mancano le proteine, per questo non guarisce….”.


In certi giorni ci spostiamo nei villaggi con la Toyota e si forma “l’èquipe medicale”, praticamente io e Leonardo (adesso che ci siamo), Suor Nazarena, Gianne autista/traduttore ( chi non sa il francese parla mobà), il vaccinatore e Sophie che fa da farmacista. Da quest’anno c’è la novità: tutti in divisa verde “così siamo più riconoscibili per i militari” dice la suora.
Siccome abbiamo portato dall’Italia moltissimi vestiti donati dai borghigiani, Suor Nazarena ha avuto l’idea di distendere gli abiti per bambini su un telo di plastica e venderli ad un prezzo simbolico di pochi spiccioli. La cosa funziona: le mamme, dopo averci portato i bambini per la visita, il controllo del peso e le vaccinazioni, sono vivaci e allegre nel tentativo di accaparrarsi il pezzo migliore. “È roba buona, di cotone – dice la suora – qui vendono tutta roba sintetica che con il caldo, sulla pelle, brucia”. Evidentemente tutto il cotone che vediamo coltivare nei campi e che riempie i container, ai bordi delle strade, è trasferito direttamente in Francia.
Durante il viaggio di rientro in Italia, il pensiero va già al prossimo anno: anche se qui in Togo c’è chi dice che la cosa che funziona meglio in questo paese è la sicurezza, chissà se sarà possibile tornare ancora. Il tragitto è interminabile e rischioso per la vicinanza con il Sahel e per le preoccupanti notizie di infiltrazioni Jiadiste dal nord, al confine con il Burkina. Non vorremmo che si trovassero da sole queste due suore calabresi, tenaci e coraggiose, una risorsa preziosa per questa gente.

02/12/2019

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