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Rientrati in Italia dopo la permanenza di 18 giorni, presso l’Ospedale Saint Joseph dove l’Associazione Solidarietà Missionaria ONLUS sostiene il progetto “Banca del Latte” e aiuta Suor Nazarena con la fornitura di materiale e strumenti medici, Maria Stella e Leonardo ci hanno inviato la loro testimonianza che pubblichiamo
LA VITA A BOGOU “Sono venuto via: non sono abituato a stare a guardare senza i macchinari che ti permettono di muoverti per fare il possibile al fine di salvare una vita” dice Leonardo, medico di Pronto Soccorso in Italia, uscendo dall' Ospedale Pediatrico di Saint Joseph . La piccola ,di 16 mesi, morirà durante la notte.
Nei diciotto giorni del nostro soggiorno a Bogou (villaggio del nord del Togo, in una zona rurale disseminata di abitazioni sparse) sono morti 5 bambini: eppure questo centro, a 50 km dall'ospedale della città di Dapaong, è considerato un’eccellenza rispetto a quello che troviamo in tutta la regione togolese.
Qui vengono inviati i casi più gravi, ma alcuni arrivano troppo tardi o non ci sono i mezzi sufficienti per intervenire, come intubare un piccolo paziente con problemi respiratori. Nel periodo della nostra permanenza, la malaria è all'ordine del giorno. La malaria e ciò che ne consegue: febbre molto alta, convulsioni, anemia, stato comatoso. Anche l'attesa è all'ordine del giorno, così come la pazienza e la lentezza che stridono con il ricordo dei ritmi frenetici del nostro paese: i bambini non fanno capricci e troviamo in tutta la regione togolese e non hanno giocattoli, i genitori, composti e dignitosi, attendono . Si fanno trasfusioni (non prima che il padre, o qualcuno al suo posto, abbia donato una sacca di sangue),si somministrano endovenose di Valium per le convulsioni, di antipiretici e antibiotici, si avvolgono completamente i piccoli inerti in panni colorati intrisi di acqua per far abbassare la febbre .
Suor Nazarena coordina il piccolo staff di operatori sanitari locali e si occupa costantemente
Accanto all’Ospedale, all’interno di un recinto, c’è la Casa delle suore: nel cortile si radunano i bambini e pian piano veniamo a conoscenza delle loro piccole storie. C’è il piccolo François che, abbandonato dalla madre appena partorito in un formicaio e portato dai gendarmi alle suore, adesso, corre bello e vivace, mascotte del gruppo. C’è la dolce Viviane che, con i genitori separati, ha scelto di stare con le suore. C’è Lea che, delicata, staziona qui con i fratelli mentre la madre, vedova, si dà da fare tutto intorno. C’è Claude, sguardo triste, la cui mamma si è suicidata proprio davanti a lui. C’è Romeo, ormai adolescente, sempre in compagnia del suo cellulare, arrivato qui neonato, insieme alla sorella gemella, dopo la morte dei genitori. C’è Grace, anche lei sola al mondo, affidata dalle suore alle cure di Sophie e Maurice. Questo spazio è davvero un luogo di accoglienza e armonia: i bambini, i cani, il guardiano che intreccia stuoie, le ragazze novizie che lavorano il mais o la racide, un barbone a cui è dato un piatto di pasta…. Un giovedì mattina (come ogni lunedì e giovedì dedicati ai villaggi), Suor Nazarena ci porta con la jeep “Sotto i manghi”. Ci sorprende l’inaspettata frescura sotto le grandi chiome e la bellezza della natura che ci abbaglia con la forza dei colori: il verde intenso, la terra rossa, un tappeto di piccoli fiori fucsia…Ben sistemati su un tavolino e delle panche, iniziamo ad incontrare le mamme con i loro piccoli: avvertite della nostra presenza, sono venute da un villaggio sperduto nella foresta percorrendo 27 km a piedi o in bicicletta !!Si pesano i bambini, si vaccinano, si esegue il test per la malaria:spesso viene positivo e si inizia la terapia antimalarica o si raccomanda alla madre di recarsi all’Ospedale Saint Joseph.
Dopo aver visto così tanti bambini, ovunque (a volte in bilico tra la vita e la morte, ma anche in buona salute nei campi con i genitori, a volte piccoli da soli a piedi sulle strade di terra, come guardiani di buoi o capre, sui ciuchini, a prendere l’acqua, in gruppo con indosso la divisa per la scuola),il mio rientro in Italia mi sembra vuoto e triste. Non posso fare a meno di ringraziare per questa esperienza Suor Nazarena e Suor Salvatorina (esperta pilota di jeep), suore calabresi, Figlie di Maria Immacolata, che di tutto hanno visto in questa terra e che dal nulla si sono organizzate con costruzioni, pannelli solari, pozzi, cisterne, etc., dedicando la loro vita alla salute, alla cura e all’educazione di tanti piccoli togolesi. Grazie anche Suor Michela e a Suor Caterina per le loro attenzioni. Maria Stella
"Dottore, arriva un bambino in codice rosso, non risponde a nessuno stimolo...." "Bene, apriamo la sala rossa, facciamo scendere il pediatra", "tu avverti il rianimatore", "è pronto il carrello delle emergenze pediatriche?" "si dottore, l'ho controllato stamani ad inizio turno". "Bene allora, informati dal 118 sull'ora stimata di arrivo" ..... Questo è quanto viene fatto normalmente in un DEA di II livello del nostro paese in caso di allerta per un codice rosso pediatrico. Se la gravità del quadro viene confermata seguono una serie di manovre effettuate dall'equipe impegnata (medico del DEA, rianimatore, pediatra, almeno due infermieri e un oss) ed una serie di accertamenti di laboratorio e strumentali che portano alla formulazione della diagnosi ed al ricovero del piccolo paziente o al suo trasferimento c/o un DEA di III livello. Fornito di tanta umanità e di personale veramente dedito alla cura dei piccoli pazienti, ma sfornito di mezzi farmacologici e tecnologici adeguati. Là arrivano i casi più gravi, già passati per le mani di guaritori e di dispensari che spesso non solo si limitano a far perdere tempo prezioso, ma mettono in atto pratiche dannose per i bambini, che, solo quando la situazione appare disperata, vengono portati all'ospedale S. Joseph in moto, con mezzi di fortuna o a piedi da genitori o parenti, senza alcun preavviso. In questo periodo passato a Bogou ci siamo resi conto che le cose da fare per migliorare il già eccellente servizio reso dalle Suore che operano in questa struttura sarebbero tantissime e speriamo pertanto di poter agire per piccoli obiettivi, coinvolgendo il personale sanitario, fornendo materiali e abituando a pratiche oramai scontate nel mondo "non terzo" :risulterebbero utilissime se messe in atto di routine in una realtà come quella che ci ha visto spettatori e operatori coinvolti ma anche sconcertati dalla rassegnazione di fronte al destino di questi piccoli e bellissimi pazienti. Leonardo
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23/11/2016