Solidarietà sociale ed adozioni a distanza in Africa

Martina:la sua esperienza

Martina:la sua esperienza

Martina:la sua esperienza
Scrivere qualcosa sull’esperienza appena vissuta, da dove cominciare, e come fare a esprimere tutte quelle emozioni provate durante la mia permanenza in Costa d’Avorio e che tutt’oggi cerco di custodire come regalo prezioso che quel popolo e quella terra mi hanno donato.
Il primo impatto con l’africa è stato abbastanza forte, sei improvvisamente catapultata in un altro mondo, in tutto e per tutto diverso dal tuo, dove non c’è niente di familiare, nessuna delle persone a te care, delle tue cose, delle tue abitudini e il pensiero che automaticamente ti si affaccia alla mente è: "ma sono sicura di aver fatto la scelta giusta a venire?"; vedi quel che c’è intorno a te, desolazione, povertà, fame, malattie, un infinità di persone che vive nelle baracche e che non ha scarpe, vestiti; tutto è decisamente più vero, più forte, più reale di quel che vedi in TV e ti rendi conto di quanto tu sia inutile, impotente e assolutamente non in grado di gestire la situazione che ti si apre davanti agli occhi; io poi, che non sono un medico, o un’infermiera ma anzi faccio tutt’altro nella vita, come posso aiutare, come posso dare un senso al mio viaggio? Addirittura ti chiedi se la tua scelta non sia stata puramente egoista (mi farà bene per un po’ staccarmi dalla mia quotidianità e provare esperienze e emozioni nuove, questo, oltre all’aspetto principale di provare per una volta a rendermi utile facendo qualcosa per gli altri è comunque uno degli aspetti che hanno contribuito alla decisione di partire) e di curiosità verso un mondo a te completamente sconosciuto.

Poi i giorni passano, l’ambiente diventa piano piano più familiare, le cose e le persone trovano in te una loro sempre più naturale collocazione e inizi a renderti conto di quanto senza fare assolutamente niente tutto quello che hai intorno riesce a regalarti, di quanto i colori, gli odori, e i suoni di questa terra riescano a riempirti l’anima; sono disarmanti, per noi ormai così poco abituati a darne e riceverne, gli sguardi diretti, senza paura, che ti vengono donati e ai quali tu non sai reagire, ti fulminano, ti mettono in difficoltà, ti rendi conto di quanto sei tu quella incapace di restituire quello che ti viene così spontaneamente e semplicemente offerto, di come sia ormai impossibile tra noi occidentali riuscire a guardarsi in maniera diretta, negli occhi, senza paura di essere giudicati, solo per un semplice, reciproco, scambio di affetto o gratitudine, con onestà, senza che tutto debba per forza avere una seconda finalità, uno scopo o obiettivo ben preciso come purtroppo è ormai abitudine consolidata nel nostro mondo. E’ tutto semplice, tutto immediato, tutti sono lì con te e anche per te, e ti mettono a tuo agio semplicemente porgendoti la mano e facendoti sentire a casa, sorridendoti e comunicandoti che sei il benvenuto, e poco importa se non hanno le scarpe o se quelle che hanno sono una diversa dall’altra, sono lì e sono loro che arricchiscono te che nel frattempo ti rendi sempre più conto di quanto quelle cose che fino a ieri ti sembravano indispensabili in realtà non siano che false necessità, ti accorgi e prendi coscienza di quanto poco basti per vivere e di come tu possa fare benissimo a meno di quasi tutto quello di cui generalmente ogni giorno ti circondi.
Il mio aiuto materiale è stato forse un po’ poco, nei primi giorni ho aiutato con Alfredo l’infermiera e l’aiuto infermiera nella distribuzione dei medicinali e abbiamo fatto in qualche villaggio la profilassi per la scabbia ai bambini che quando si sono resi conto che alla fine della medicazione il premio era un "bon bon" si sono messi tutti entusiasti in fila ad aspettare il loro turno.

Siamo poi partiti per il nord e durante il viaggio verso Korhogo ci siamo fermati a Katiola, in un centro che accoglie bambini orfani di guerra, dove abbiam portato riso, latte e medicinali; ecco, quel pomeriggio per me è stato uno dei più emozionanti, avevo portato dei "giocattoli" (vecchie bamboline, un pallone, degli animaletti, matite colorate e qualche macchinina) che un’amica mi aveva dato in Italia dicendomi che sicuramente sarebbero stati più che apprezzati; ed è stato davvero incredibile, e al tempo stesso difficile da sostenere, vedere la gioia infinita negli occhi di un bambino a cui hai regalato una macchinina, quella macchinina che a casa come altre dieci, cento era destinata in uno scatolone in fondo al ripostiglio o ancora più spesso cestinata perché vecchia o comunque non più una novità; erano così contenti, ed erano così uguali ai nostri, semplicemente bambini, che rimangono male e piangono perché le macchinine sono finite e qualcuno è rimasto senza, ma poi immediatamente dopo sorridono di nuovo perché hanno comunque ricevuto un’altra cosa e va bene lo stesso; e poi hanno giocato, quanto hanno giocato tutti insieme sotto la loggia del centro di accoglienza facendo a gara a quale macchinina fosse quella più veloce mentre le bambine pettinavano le loro piccole bambole.

Poi dopo tre giorni speciali al nord, dove tutto mi è sembrato ancora più intenso, dove l’africa è ancora più africa se così si può dire, (abbiamo visitato dei villaggi davvero "primitivi"), dove nonostante il poco tempo a disposizione qualcosa di troppo difficile da spiegare mi ha talmente affascinato da provare un’infinita tristezza quando è arrivato il momento di ripartire, dove mi piacerebbe così tanto poter tornare per una mia seconda esperienza, siamo tornati a Bonoua e negli ultimi giorni ho anche avuto modo di trascorrere un’intera giornata a un dispensario in un villaggio con le due infermiere del progetto Ippocrate Iolanda e Chantal. E proprio con loro, che ancora una volta come tutti gli altri mi hanno accolto come una di loro nonostante non parlassi la loro lingua e non facessi il loro lavoro, e in quel villaggio ho vissuto altre incredibili emozioni.

Mi sono trovata davanti a un papà che mi ha messo in braccio la sua bambina e mi ha chiesto di portarla via, di portarla con me, io lo guardavo e non capivo, poi ho chiesto che cosa volesse dirmi e mi è stato risposto che mi stava facendo un regalo, a me ma anche alla sua piccolina, non voleva soldi, solo che la portassi via, in Italia o ovunque stessi andando; e in quei momenti ti senti morire, morire sul serio, esattamente come quando ti accorgi che i bambini mangiano le caramelle che gli hai portato con la carta, semplicemente perché non ne hanno mai vista una; così come capisci quanto tutti siamo uguali e diversi quando ti rendi conto che quei bambini che stanno piangendo nascosti dietro al suo papà piangono perché ti hanno visto, e hanno paura perché sei bianca e quindi tu per una volta diversa da tutti loro. Avrei voluto far di più, ma forse va bene anche così, ho cercato comunque, per quanto ho potuto e nei momenti in cui ci sono riuscita, di portare anch’io i miei sorrisi, e ho abbracciato, coccolato e accarezzato tutti i bambini che ho potuto, come se fossero miei, cercando di restituire almeno un po’ di tutto quello che nei giorni passati in mezzo a loro avevo proprio da loro ricevuto.

E alla fine davvero come dice Lorenzo "Jovanotti":
quando non so dove sono io mi sento a casa
quando non so con chi sono mi sento in compagnia
quando c’è troppa virtù il cuore mi si intasa
la cura è spesso nascosta dentro alla malattia

è così che mi sono sentita, non sapevo dov’ero ma era come se fossi a casa mia, tutto era sorprendentemente familiare, scontato, senza forzature o formalità inutili; non sapevo con chi ero ma non mi sono mai sentita sola, anzi, come detto, tutti mi hanno accolto come se mi avessero sempre conosciuto ed è stata incredibile la compagnia e la tranquillità che mi hanno saputo infondere durante la mia permanenza in africa; e ho scoperto quanto sia incredibilmente vero che le virtù, e il benessere, e le cose di facciata, e le false necessità intasino il cuore, di quanto poco basti per vivere e di come sia facile e incredibilmente bello gioire delle piccole cose, del sole, dei silenzi, che fanno così bene e sono così carichi di significato e dei quali noi facciamo quasi sempre a meno, perché anche scomodi ogni tanto; e quanto è vero che solo di fronte alla malattia siamo capaci di renderci conto di quanto siamo fortunati, quanto il caso, il destino, chiamiamolo pure come vogliamo, ci abbia sorriso, quante opportunità in più rispetto a tante altre persone uguali a noi ci siano state offerte, e come comunque quasi sempre non siamo in grado nonostante tutto di apprezzare quello che abbiamo. E poi per tutto il tempo trascorso in costa d’avorio mi sono sentita viva, così viva come poche volte mi sono sentita in vita mia, grazie davvero a tutti, grazie Luca, grazie Alfredo perché non avrei potuto avere due compagni di viaggio migliori di voi, grazie a don Pasquale, a don Antonio, a Chantal, a Arnaud e a Kharidja ma anche a tutti tutti gli altri lì alla missione, grazie per quei colori, quegli odori, quei suoni e anche e soprattutto quei silenzi che solo l’africa e il suo popolo potevano regalarmi e che sono impossibili da ritrovare altrove; grazie per tutti i sorrisi e la gioia che i bambini mi hanno donato senza chiedere nulla in cambio e che hanno riempito il mio cuore.

Martina

09/12/2008

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